L’evoluzione del colore in Vincent van Gogh

”So per certo che possiedo un ISTINTO per il colore e che mi verrà sempre di più, e che la pittura l’ho fin nel midollo delle ossa”

Vincent Van Gogh, lettera a Theo, settembre 1882.

Dall’alto verso il basso:

La chiesa di Auvers, Auvers giugno 1890, Museo d’Orsay, Parigi

La chiesa di Nuenen, Nuenen dicembre 1884, Van Gogh Museum, Amsterdam.

La consapevolezza dell’artista:

E lo sapeva per certo e veramente che possedeva un’indomabile predisposizione al colore, nonostante quelle parole premonitrici furono pronunciate nel 1882, quando ancora non aveva deciso con pienezza quale sarebbe stato il suo mestiere. Ma la pittura già era nelle sue ossa. Gli apparteneva. Era esigenza inderogabile, al limite dell’urgenza.

Nel 1882 infatti il pittore olandese, appena ventinovenne, si trovava all’Aja, nella sua Olanda. Disegnava moltissimo e seguiva con attenzione e impegno le lezioni di pittura del cognato nonché amico, Anton Mauve.

Mauve fu un importante esponente della celeberrima Scuola dell’Aja. La scuola di pittura che prediligeva le tonalità al colore. Il grigio era scolpito sulle tele da pennelli che sembravano essere stati bagnati nell’acqua piovana che scendeva copiosa dai cieli plumbei del territorio olandese, anziché nella tavolozza dei colori.

I paesaggi vuoti della steppa olandese ci parlano di desolazione e silenzio. Un silenzio interrotto spesso dal fragore del vento. E in questa stessa desolazione in cui cresce e nella quale muove i primi passi d’artista, Van Gogh. Lo fa con sorprendente lungimiranza e fiducia, guardando al futuro e sente nella pelle, e nelle ossa che il suo futuro sarà segnato dalla pittura. Costi quel che costi. E la sua pittura sarà a sua volta contraddista dal colore.

Campi di tulipani, Aja, aprile 1883, National Gallery of Art, Washington

Così mentre in ‘Campi di tulipani’, la pacatezza cromatica dell’artista trattiene gli slanci di colore più audaci anche quando si tratta di realizzare dei bellissimi fiori, e l’ordine schematico del dipinto appare evidentemente ancorato a una sorta di ossessione per la precisione, – Van Gogh ha da poco scoperto uno strumento che piantato nel terreno gli consente di aggiustare la prospettiva – in ‘Campo di grano al tramonto’, l’impeto dell’artista diventa incontenibile.

Van Gogh dipinge una sera d’estate in una sola seduta, stavolta aggiusta a occhio la prospettiva, e scaglia sulla tela pennellate di giallo, veloci quanto eclatanti. Libera il suo estro, lo svincola dal torpore delle tonalità gentili e sommesse, abbracciando l’eclatante. Un campo di grano si veste improvvisamente d’esagerazione. E si tinge di meraviglia, smodatamente.

Il cambiamento verso il colore:

Ogni processo evolutivo richiede tempo, spesso abnegazione e pazienza. A Nuenen, e più in generale in Olanda, dove Van Gogh visse i primi tempi della sua carriera d’artista, il suo estro così straordinario ed eclettico, sbuffava con impazienza sotto le ceneri ancora calde del realismo. L’occhio era cruciale. Quello che veniva percepito attraverso la vista, in primo luogo, era d’interesse. L’artista era una sorta di cronista della realtà; osservava attentamente e poi creava, studiando prima con accuratezza il soggetto.

Il covone sulla sinistra risale al 1885. Vincent van Gogh, all’epoca, viveva a Nuenen, piccolo villaggio costellato di casette e capanne, quartier generale di contadini, sì, proprio quelli che mangiavano patate, e tessitori. Il giallo del grano appare svilito, mortificato da un effetto opaco. Non è brutto, intendiamoci, questo covone di grano. É autentico, e protagonista assoluto dell’opera; posto al centro della tela, lascia poco spazio alla fantasia. É segnato da una normalità che assopisce, circoscrivendo il colore a mero elemento descrittivo della realtà.

In Provenza, (foto sulla destra) il colore soverchia ogni certezza, stravolge tutti i piani. La prospettiva diventa l’ultimo dei pensieri. Le emozioni trainano l’estro dell’artista. Il giallo si fa protagonista indiscusso dell’opera. Sprigiona vivacità, lasciando emergere una sottile propensione al movimento.

Emana lucentezza abbacinante.

Il covone in sé scivola in secondo piano, diventa quasi superflua la sua presenza, è parte integrante di un paesaggio che nasce dentro l’artista, anche a discapito di ciò che l’occhio può percepire. Qui Van Gogh dipinge il sogno della Provenza, facendo colare il colore direttamente sulla tela. Una tela imbrattata di giallo, modellata fino ad abbagliare.

Una tela che non sarebbe piaciuta al cognato Mauve, né tanto meno ai puristi della tecnica. Ai critici, esasperati dal rigore, ancora meno.

Il coraggio di Van Gogh:

Ma Van Gogh ad un certo punto se ne infischia. Salpa con coraggio e entusiasmo verso la sua storia d’artista.

I colori tornano protagonisti.

Questo miracolo straordinario accade ancor prima di Arles. É indiscutibile che la Provenza abbia stimolato il processo creativo dell’artista anche grazie alla meraviglia del sole che stagliandosi sul cielo azzurro mare, regalava a Van Gogh sospiri cristallini d’aria pura e speranza, ma il miracolo, dicevo, accade a Parigi, nel 1887.

Appena un anno prima che Vincent decida di traferirsi in braccio alla natura. Lo farà, andrà verso Sud solo quando non riuscirà più a contenere tutta quella irrequietezza smisurata nell’applicare il colore.

Ma prima, a Parigi, al cospetto di intellettuali e artisti, dopo un primo anno passato a dipingere con il freno a mano tirato, quasi in sordina, timidamente persistendo nel raccontare la realtà che respirava, passeggiando per le vie di Montmartre, Vincent alimenta l’intensità del colore, cova e sprigiona l’evoluzione definitiva della sua arte.

Si prepara a accogliere imprevedibilità e verità.

Stavolta la sua, di verità, non quella filtrata dagli occhi, dal dogmatismo cromatico, dalla morigeratezza di stile. Vincent si accinge a diventare Vincent, nel bene e nel male.

Il pittore che non aveva bisogno di firmare con il cognome tutte quelle tele sporcate d’urgenza e passione, colpite da tocchi irregolari e crescenti, inquieti e stracolmi, finalmente, di colore. Non ne aveva bisogno in quanto era solo lui, l’unico Vincent, in grado di creare quadri tanto struggenti, primitivi, inconfondibili.

Lo sfondo del quadro, in particolare quello dei ritratti, a Parigi, nel 1887, diventa parte insostituibile del ritratto stesso e spiana la strada al sogno e al surreale. Per questo è difficile definire con esattezza il genere artistico di Vincent van Gogh, tanto da chiamarlo un po’ per disperazione e sfinimento, Vangoghismo.

Perché se è vero che l’artista abbia abbracciato in pieno la corrente pittorica del realismo, specialmente agli inizi della sua carriera e poi sul finire della stessa, nel biennio 1889-90, quando in preda a disperazione e nostalgia del Nord, realizzerà copie di artisti realisti come Jean Francois Millet, fra il 1887 e il 1888, le opere straordinarie che si materializzano dalla sua incessante smania di dipingere, sono indecifrabili.

Post-impressionismo, espressionismo, impressionismo. Inclassificabile. Impossibile cogliere, costringere dentro inutili nomenclature Il suo genio che invece dribbla ogni certezza, spiazza e confonde, elude ogni tentativo di classificazione.

Le sue opere diventano raffigurazioni magiche, emozionanti e sognanti. Le sue opere, specialmente in quel biennio incredibile, necessitano di essere toccate, respirate, annusate, non semplicemente guardate. Restano incastonate nella meraviglia del per sempre. Marchiate da una luce che improvvisamente irrompe con violenza inarrestabile e prepotenza. É la capacità innata dell’artista di scrutare l’animo umano al di là del semplicemente visibile, rendolo eterno.

In alto da sinistra verso destra:

Autoritratto con pipa, Parigi, primavera 1886, Van Gogh Museum, Amsterdam

Autoritratto, Parigi, primavera 1887, Art Institute of Chicago, Chicago

Ritratto di pere Tanguy, Parigi, autunno 1887, Museo Rodin, Parigi

Ritratto di pere Tanguy, Parigi, inverno 1886, Ny Carlsberg Glyptotek, Copenaghen

Ritratto di Patience Escalier, Arles, agosto 1888, Collezione Stavros, S. Niarchos

testa di giovane contadino con berretto – Nuenen, Marzo 1885 – Kansas city, Museum of Fine Art

Testa di contadino con berretto, Nuenen, dicembre 1884, Art Gallery of New South Wales, Sidney

Così anche dei contadini, suoi amatissimi modelli di sempre, il colore squarcia ogni tentativo di raccontarne solo le sofferenze del lavoro duro quanto estenuante, speso tutto il giorno a contatto con la terra.

Dal 1887 il Van Gogh scolastico, legato alla raffigurazione classicamente iconografica della vita dei campi, non esiste più. Evapora. Apre la strada alla gaiezza del colore protagonista anche nella drammaticità delle vita.

Le smorfie di fatica, la fame, la povertà si illuminano a colpi di giallo e di verde. Colpi di vita che raccontano invece emozioni, sacrifici, speranze, e ancora loro, i sogni, non tralasciando nello sguardo e nella angolatura rosa della bocca, persino un accenno di sorriso.

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