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I contadini nell’arte di Vincent van Gogh — FIORI VIVI

di Francesco Palumbo «Van Gogh […] si interroga, pieno di angoscia, sul significato dell’esistenza, del proprio essere nel mondo. E, naturalmente, si pone dalla parte dei diseredati, delle vittime: i lavoratori sfruttati, i contadini, a cui l’industria con la terra e il pane, toglie il sentimento dell’eticità e della religiosità del lavoro» (C. 1.024 altre…

I contadini nell’arte di Vincent van Gogh — FIORI VIVI

Lucca: Un salotto a cielo aperto

Dopo avervi raccontato i luoghi dell’arte e del cibo di Lisbona, oggi torniamo in Italia e in particolare a Lucca. Ci troviamo nel cuore della Toscana, a soli 20 chilometri da Pisa e circa 80 da Firenze.

Lucca è la città ideale per una fuga autunnale dal caos delle nostre metropoli. Lucca è storia, cultura, arte e buon cibo, ottimi vini, paesaggi incastonati nel per sempre, dimenticati dal tempo. Un luogo del cuore per chi c’è già stato, un luogo del cuore per chi deciderà di visitarla nelle prossime settimane.

Il centro storico di Lucca:

Le mura

Una passeggiata suggestiva e avvincente, circa 4 km che potrete decidere se percorrere tutti d’un fiato, oppure a tappe. Si tratta di un percorso circolare da effettuare a piedi o in bicicletta, da soli o scegliendo uno dei tanti walking tour organizzati. Un momento di relax e poesia. Sì, poesia dei paesaggi, della natura e dell’arte che ovunque catturerà la vostra attenzione, passeggiando sulle mura di Lucca. Le mura attuali furono costruire in epoca rinascimentale e sono state recentemente ristrutturate, tuttavia originariamente le mura di Lucca vennero erette dai romani.

Altra particolarità da sapere: Gli alberi piantati intorno alle mura superano le 35 specie.

La torre Guinigi

In via Sant’Andrea 41, dalla cima godrete di una vista imperdibile. Alta poco più di 44 metri, rispetto alle torri che siamo soliti visitare in altre città, ha una straordinaria peculiarità: Un vero e proprio giardino pensile costruito in cima, principalmente composto da lecci secolari.

Orari e prezzi:

  • Da ottobre a dicembre: 9:30 – 16
  • Massimo 25 visitatori per turno, ingressi contingentati causa covid
  • Prezzo 5 euro

Dove mangiare nei pressi della torre Guinigi

Osteria da Pasquale:

In via del Moro numero 8. Anche tavoli all’aperto. Vini e cibo di qualità in pieno centro. Aperto solo a cena.

Osteria Nova:

In via Sant’Andrea 8. Piatti di terra, mare e diverse soluzioni vegetariane.

La cattedrale di San Martino

Preparatevi alla meraviglia. Un luogo incantato dove perdere il fiato, una cattedrale che a prescindere da ogni riferimento religioso, vi farà emozionare per bellezza e arte. Tappa della celeberrima via Francigena, la cattedrale di Lucca fu fondata nel VI secolo da San Frediano. La facciata romanica è asimmetrica e per questo risulterà particolarmente suggestiva. Il campanile, alto circa 60 metri, consta di 7 campane.

Si tratta di una cattedrale museo. Al suo interno ammirerete diversi capolavori tra i quali anche l’ultima cena del Tintoretto. Infine, lasciatevi incantare dal volto Santo, crocifisso ligneo che leggenda narra sia stato realizzato da Nicodemo e dagli angeli.

Orari e prezzi:

  • Dal lunedì al sabato, dalle 10:00 alle 18:00
  • Il biglietto solo per la Cattedrale costa 3 euro
  • La visita alla Cattedrale, al museo, al battistero e al campanile costa invece 9 euro

Dove mangiare nei pressi della Cattedrale:

Dante & Gentuccia:

Dopo la visita della Cattedrale vi consigliamo un’ottima pizza da gustare in via Fillungo numero 3. Oltre alle ottime pizze, anche la farinata di ceci e la focaccia sono da provare assolutamente.

Piazza Anfiteatro

Lasciatevi avvolgere dalla bellezza di questa piazza, una delle più belle d’Italia. La piazza è costruita sulle fondamenta di un anfiteatro romano, un piccolo Colosseo, per intenderci. L’anfiteatro poteva ospitare fino a 10.000 spettatori. Quando cadde in rovina, durante il medioevo, le case vennero ricostruite mantenendo intatta la forma ellittica, propria dell’anfiteatro. L’attuale piazza deve la sua bellezza e unicità al lavoro svolto nel 1830 dall’architetto Lorenzo Nottolini.

Dove mangiare nei pressi della piazza:

Ve lo diciamo subito, avrete l’imbarazzo della scelta. Oggi la piazza è invasa da ristoranti e taverne. Ci piace tuttavia segnalarvi un posto molto speciale:

La trattoria L’angolo d’oro:

Ottima scelta sia per il cibo che per i vini. La taverna propone piatti della tradizione locale con rivisitazioni originali e decisamente gustose. Anche la location merita assolutamente una visita.

Mostre e Musei da visitare a Lucca:

La casa Museo di Giacomo Puccini

Giacomo Puccini nacque a Lucca il 22 dicembre 1858, studiò al conservatorio di Milano. Con Tosca e Madame Butterfly, rispettivamente del 1900 e del 1904, l’artista si consacrò anche a livello internazionale.

La casa si trova in Corte San Lorenzo, nel centro storico di Lucca.

Orari e prezzo dei biglietti:

  • Dal lunedì alla domenica (10:00-19:00)
  • Prezzo interno 9 euro

Dove mangiare nei pressi della casa Museo Giacomo Puccini

Ristorante Casa Puccini:

Restate nei paraggi, molto nei paraggi, è il caso di dire, e non ve ne pentirete. Aperto sia a pranzo che cena, avrete ampia scelta sui piatti della tradizione e una location molto curata.

Museo Nazionale di Palazzo Mansi:

In via Gallitassi 43, questo palazzo-museo merita una visita. Potrete ammirare da vicino una tipica residenza Lucchese, trasformata nel XVII secolo in un palazzo di rappresentanza proprio dalla famiglia Mansi. La casa consta di un piano terreno più atri due, tutti visitabili. Al primo piano, spicca una sorprendente Pinacoteca composta da ben 83 dipinti risalenti al XVI e al XVIII secolo. Le prime tre sale sono dedicate all’arte italiana di scuola toscana, veneta e siciliana, annoverando fra gli altri, artisti quali Beccafumi, Tintoretto, Veronese, Giordano, la quarta e’ invece caratterizzata da opere di artisti stranieri francesi e belgi principalmente.

Orari e prezzi:

Il Palazzo-museo è aperto tutti i giorni e il costo del biglietto è di soli 4 euro. Gratis per i minorenni.

Dove mangiare a Lucca nei pressi del palazzo-museo Mansi

Osteria da Rosolo:

Dagli antipasti a base di tipici crostoni toscani, ai primi della tradizione fino ai secondi a base prevalentemente di carne. Non mancano opzioni per chi preferisce il pesce. Vini locali.

Conclusioni:

Lucca è una città a misura d’uomo, ideale per una breve fuga dal caos delle grandi città. Anche in un weekend di poche ore, con i consigli giusti, riuscirete a staccare la spina e dedicarvi lentamente del tempo di qualità. Un viaggio, breve o lungo che sia, alla scoperta della storia, dell’arte e della natura.

Scriveteci per un preventivo personalizzato e creato su misura in base al tempo che avete a disposizione e alle esperienze di valore che vi interessano di più. Sapremo sorprendervi, dedicandoci esclusivamente a realizzare i vostri desideri.

Lisbona: I luoghi dell’arte e del cibo

Non solo panorami mozzafiato con vista sull’oceano, tram che salgono e scendono per le strade del centro come fossero giganti monopattini, e ovviamente una vivace e variopinta vita notturna, Lisbona è ricca di storia e arte. Pronti per scoprirne di più?

Musei di storia e arte

Carmo Archaeological Museum:

Nel centralissimo quartiere Chiado e Carmo, la suggestiva chiesa Carmo spicca per bellezza e originalità. Costruita nel 1389, fu praticamente distrutta da un fortissimo terremoto che si accanì sulla città nel 1755. La ricostruzione partì con solerzia l’anno successivo, in puro stile neogotico ma con l’estinzione degli ordini religiosi in Portogallo, nel 1834 i lavori si interruppero, e poi, complice l’avvento del romanticismo, non ripresero più.

Il Museo Archeologico del Carmo fu fondato nel 1864 proprio in prossimità della chiesa e rappresenta il primo museo archeologico di tutto il Portogallo. Oggi si possono ammirare epigrafi romane, ceramiche precolombiane e tanto altro.

Museo archeologico del Carmo: Orari e prezzi

  • Da ottobre ad aprile – dal lunedi al sabato (10 – 18)
  • Da maggio a settembre – lunedi al sabato (10-19)

Prezzo: 5 euro

Dove mangiare nei dintorni del museo archeologico?

Per quanto non manchi mai, e vi assicuro mai, un ristorante italiano, in ogni angolo del mondo, se vi trovaste a visitare la chiesa e il museo archeologico intorno all’ora di pranzo o cena, vi consiglio di andare a provare qualcosa di tipico.

O Cacador da Oliveira:

Si trova in ‘Rua da Oliveira ao Carmo 73‘ e propone piatti tipici della tradizione portoghese come sardine e baccala con prezzi assolutamente locali come il cibo (7-13 euro per piatto)

El Rei D’frango:

Consiglio per una cena a base di pesce, qualità e prezzi modici. Si trova in Calcada do Duque 5.

National Coche Museum:

Adesso ci spostiamo verso la parte Sud della città, nel quartiere Belem, celebre proprio per via dell’omonima torre che ogni anno attira innumerevoli flotte di turisti da ogni parte del mondo. Il museo si trova in Avenida da Índia 136.

Vi avviso, in questo museo viaggerete nel tempo e, come d’incanto, vi ritroverete catapultati nel XVI, XVII e XVIII secolo, ammirando carrozze d’epoca caratterizzate da forme e colori incredibili, come in una favola d’altri tempi!

Non mancano carrozze del barocco italiano, appartenenti a papa Clemente XI. Potrete ammirare anche la meravigliosa carrozza del Re di Spagna Filippo III.

Museo delle carrozze: Orari e prezzi

  • Dal lunedì al venerdì – dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 17

Dove mangiare nei dintorni del museo delle carrozze?

O Prado:

Ok, non si tratta propriamente di una trattoria, ma di un ristorante e fra i migliori della zona, per giunta. Si trova in Rua da Junqueira 474 e propone una cucina mediterranea e tipica portoghese a base di pesce. il risotto ai frutti di mare è la loro specialità.

Museu Nacional de Arte Antiga:

Non lontano dal museo delle carrozze, il MNAA, è questo l’acronimo identificativo di questo museo d’arte, si trova precisamente in Rua das Janelas Verdes 1249. Un museo da vedere assolutamente se siete appassionati di arte. La pinacoteca principale ospita la più prestigiosa collezione di opere portoghesi ed europee che vanno dal XIV al XIX secolo.

Non mancano capolavori di artisti italiani quali Piero della Francesca con la raffigurazione di Sant’Agostino e Andrea e Girolamo della Robbia con la scultura di San Leonardo.

Museo dell’arte antica: Orari e prezzi

  • Dal martedì alla domenica – dalle 10 alle 18

Dove mangiare nei dintorni del museo dell’arte antica?

A Obra:

in Rua da Silva 21, un vero e proprio gioiello, questo ristorante dai prezzi moderati (15-25 euro) vi sorprenderà per l’originalità dei piatti a base di pesce e carni, e l’ampia scelta di cibi vegetariani. Atmosfera intima e cordialità contraddistinguono questo posto che porta in tavola i piatti tipici della tradizione locale.

Musei della tradizione:

Museo marittimo:

Un luogo magico dove dimenticarsi del tempo, un luogo adatto a grandi e piccini, curiosi e appassionati amanti del mare. Le gesta gloriose di marinai ed esploratori portoghesi raccontate con con attenzione e originalità attraverso una maestosa collezione che annovera oltre 17000 pezzi di cui quasi 500 modelli navali e barche. Ancora una volta, un museo perfetto per viaggiare indietro nel tempo e scoprire la magica correlazione fra arte e mare. Molto interessanti le attività didattiche promosse dall’istituto che ogni anno invita centinaia di studenti portoghesi ad assistere a lezioni di storia, mostrando mappe antiche sulle quali furono disegnate storiche rotte del passato. La collezione annovera persino 9 astrolabi nautici.

Museo del mare: Orari e prezzi

Il museo si trova sempre nel quartiere Belem, in Praça do Império e si può visitare:

  • Da maggio a settembre – tutti i giorni dalle 10 alle 18
  • Da ottobre a aprile – tutti i giorni dalle 10 alle 17

Dove mangiare nei pressi del museo marittimo?

Lo so, aspettavate con ansia e acquolina in bocca questo momento. Ci siamo allora, dopo tanti consigli su dove degustare le tipiche pietanze a base di pesce o carne, è ora del dessert! In Rua de Belem, al numero 84, quasi sicuramente noterete la coda fuori dal negozio, potrete assaggiare i mitici pastéis. Intendiamoci, il luogo è turistico e quasi sicuramente affollato, ma il sapore di questi dolci tipici vi ripagherà d’ogni sforzo e compromesso.

Buon appetito!

Museo Nacional do Azulejo:

Una esibizione permanente dedicata all’arte della piastrella in Portogallo. Sì, arte tinta d’azzurro. Rua Me. Deus 4, a circa un quarto d’ora a piedi dalla fermata della metro Apolonia. Il museo si prefigge lo scopo di collezionare, conservare e custodire l’evoluzione delle tipiche ceramiche portoghesi, raccontandone storia, arte e aneddoti. L’Azulejo è cultura, storia e tradizione in Portogallo. Al di là dell’azzurro che allagherà la vostra vista ovunque, visitare questo museo vi consentirà di apprendere le principali e più sofisticate tecniche di conservazione e restauro delle piastrelle d’azulejo. Preparatevi a passare attraverso ben 5 secoli di storia e strabuzzare gli occhi ad ogni sala. Oggetti e piastrelle di origine religiosa o d’uso quotidiano vi accompagneranno lungo il viaggio. L’arte di decorare e l’arte del bello come stile di vita; antidoto alla desolazione, all’incuria e alla grossolanità dell’animo umano. Una meraviglia imperdibile.

Museo dell’Azulejo: Orari e prezzi

  • Dal martedì alla domenica – dalle 10 alle 18

Prezzo del biglietto: 5 euro

Dove mangiare nei pressi del Museo do Azulejo?

Consigliamo un informale tapas & vino presso O Vinhaça, in Rua do Salvator 53, nel quartiere Alfama. Lasciatevi consigliare dal proprietario. Piatti della tradizione abbinati a ottimi vini rossi, dal sapore intenso di terra e sole portoghese. Materie prime straordinarie, arredamento eccentrico e particolare. Che sia prima o dopo la visita del museo dedicato alle piastrelle, non perdetevi questo posto.

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 NOTA BENE: i musei a Lisbona sono molti e molti di più, e per motivi di spazio e tempo, abbiamo selezionato quelli più accattivanti dal nostro punto di vista. 

Scrivici qui sotto i tuoi recapiti e specifica cosa ti piacerebbe vedere a Lisbona e dintorni. Costruiremo su misura per te un viaggio all'insegna di arte, natura e buon cibo. 

Periodo di viaggio:

  • Capodanno 21/22
  • Primavera 2022

I personaggi de ‘La verità di un filo d’erba’: Vi presento Christian Mourier-Petersen

Vincent van Gogh e Christian Mourier-Petersen:

Ciao amici, oggi vi parlo del pittore danese Christian Mourier-Petersen, un amico di Vincent van Gogh. I due artisti si conobbero ad Arles, in Provenza dove Petersen viveva già prima che Van Gogh arrivasse.

Nel mio romanzo La verità di un filo d’erba‘ che è ispirato proprio alla vita di Vincent van Gogh a Arles, racconto l’amicizia dei due artisti seguendo il flusso narrativo delle lettere che Vincent indirizzò al fratello Theo durante la sua permanenza in Provenza.

Petersen e Van Gogh passavano ore e ore a dipingere frutteti. Sotto il sole rovente delle due del pomeriggio, a Arles.

Proprio quando la primavera sbocciava e riempieva di fiori e colori ogni prato, allagando la vista dei due artisti, così anche la loro splendida amicizia fioriva, lenendo le ferite delle reciproche solitudini.

Lettera a Theo, Arles 9 aprile 1888:

“Vado ancora in giro con il pittore danese, ma presto rientrerà a casa. É un ragazzo intelligente e molto a posto come fedeltà, e stile, ma la sua pittura è ancora molto scarna. Probabilmente lo vedrai quando passerà per Parigi. ”

Vincent è affascinato dai colori sgargianti della natura di Arles, al limite dell’ipnosi.

É in mezzo a quegli alberi in fiore che si lascia trasportare dalla bellezza così autentica del suo Sud.

E sempre in mezzo a quegli alberi in fiore che per la prima Van Gogh si rende conto di essere capitato nel posto più adatto a dare nuova linfa vitale all’arte giapponese, ricercando gli stessi effetti cromatici contrassegnati dai contrasti di colore. E si lascia cullare da quelle nuove emozioni, sperimentando nuove tonalità, dipingendo come un forsennato, senza mai accusare la fatica di stare in piedi all’aria aperta, al caldo o in balia del forte mistral.

Vincent van Gogh e Christian Mourier-Petersen nella realtà:

Vincent van Gogh e Christian Mourier-Petersen condivisero diverse esperienze insieme, durante il loro soggiorno provenzale. Su tutte, i due si recarono insieme a vedere i combattimenti dei tori nell’arena di Arles che ancora oggi si può visitare. Uno spettacolo deludente, stando alle parole che Van Gogh scrisse al fratello, ma la folla, sì la folla sugli spalti, quella sì che meritava parole di elogio e ammirazione.

Lettera a Bernard, Arles 9 aprile 1888:

”Ho visto dei combattimenti di tori nell’arena, o meglio dei simulacri di combattimenti, dato che i tori erano parecchi ma nessuno li combatteva. Però la folla era magnifica, le grandi folle variopinte, accalcate su due o tre file di gradini con l’effetto di sole e d’ombra e l’ombra del cerchio immenso. ”

Vincent van Gogh e Christian Mourier-Petersen nel ‘La verità di un filo d’erba‘:

Nel romanzo i due si incontrano per caso, proprio nella campagna di Arles, fra un frutteto e un altro. Il pittore danese rivela a Van Gogh un segreto che riguarda uno degli abitanti di Arles. Un tipo un po’ eccentrico e molto, ma molto suscettibile. Un vecchio che vive a contatto con la natura e ogni tanto si diletta a sparare colpi di fucile, rimpiangendo i tempi della giovinezza quando era soldato.

Come reagirà Vincent ai racconti un po’ inquietanti dell’amico e pittore Christian Mourier-Petersen?

Vincent van Gogh e Christian Mourier-Petersen, conclusioni:

Passati i mesi di marzo e aprile del 1888 insieme, l’amicizia fra Vincent van Gogh e Christian Mourier-Petersen proseguì a distanza. I due si scrissero anche qualche lettera, ogni tanto, per tenersi aggiornati sui rispettivi studi e lavori.

Mourier, dopo esser partito da Arles, si recò a Parigi dove rimase per un po’ di tempo, affittando una casa di proprietà del fratello di Vincent, Theo van Gogh. Proprio grazie a Mourier che accettò di accollarsi in viaggio alcune delle tele di Vincent, Theo Van Gogh ricevette i primissimi lavori del fratello e li propose a potenziali acquirenti.

Proprio durante la stesura del romanzo, non solo leggendo per puro piacere ma anche studiando con attenzione le lettere che Van Gogh scrisse al fratello e all’amico Bernard, sono riuscito a scoprire tanti altri aneddoti interessanti sulla sua vita che pur essendo già appassionato non conoscevo ancora, e a raccontarli poi nel libro.

Spero che fare la conoscenza del pittore danese Christian Mourier-Petersen sia stato di vostro gradimento.

Sapevate già della sua amicizia con Vincent van Gogh? Scrivetemi nei commenti ogni vostra domanda o curiosità!

A prestissimo con un nuovo personaggio del romanzo ‘La verità di un filo d’erba‘.

L’evoluzione del colore in Vincent van Gogh

”So per certo che possiedo un ISTINTO per il colore e che mi verrà sempre di più, e che la pittura l’ho fin nel midollo delle ossa”

Vincent Van Gogh, lettera a Theo, settembre 1882.

Dall’alto verso il basso:

La chiesa di Auvers, Auvers giugno 1890, Museo d’Orsay, Parigi

La chiesa di Nuenen, Nuenen dicembre 1884, Van Gogh Museum, Amsterdam.

La consapevolezza dell’artista:

E lo sapeva per certo e veramente che possedeva un’indomabile predisposizione al colore, nonostante quelle parole premonitrici furono pronunciate nel 1882, quando ancora non aveva deciso con pienezza quale sarebbe stato il suo mestiere. Ma la pittura già era nelle sue ossa. Gli apparteneva. Era esigenza inderogabile, al limite dell’urgenza.

Nel 1882 infatti il pittore olandese, appena ventinovenne, si trovava all’Aja, nella sua Olanda. Disegnava moltissimo e seguiva con attenzione e impegno le lezioni di pittura del cognato nonché amico, Anton Mauve.

Mauve fu un importante esponente della celeberrima Scuola dell’Aja. La scuola di pittura che prediligeva le tonalità al colore. Il grigio era scolpito sulle tele da pennelli che sembravano essere stati bagnati nell’acqua piovana che scendeva copiosa dai cieli plumbei del territorio olandese, anziché nella tavolozza dei colori.

I paesaggi vuoti della steppa olandese ci parlano di desolazione e silenzio. Un silenzio interrotto spesso dal fragore del vento. E in questa stessa desolazione in cui cresce e nella quale muove i primi passi d’artista, Van Gogh. Lo fa con sorprendente lungimiranza e fiducia, guardando al futuro e sente nella pelle, e nelle ossa che il suo futuro sarà segnato dalla pittura. Costi quel che costi. E la sua pittura sarà a sua volta contraddista dal colore.

Campi di tulipani, Aja, aprile 1883, National Gallery of Art, Washington

Così mentre in ‘Campi di tulipani’, la pacatezza cromatica dell’artista trattiene gli slanci di colore più audaci anche quando si tratta di realizzare dei bellissimi fiori, e l’ordine schematico del dipinto appare evidentemente ancorato a una sorta di ossessione per la precisione, – Van Gogh ha da poco scoperto uno strumento che piantato nel terreno gli consente di aggiustare la prospettiva – in ‘Campo di grano al tramonto’, l’impeto dell’artista diventa incontenibile.

Van Gogh dipinge una sera d’estate in una sola seduta, stavolta aggiusta a occhio la prospettiva, e scaglia sulla tela pennellate di giallo, veloci quanto eclatanti. Libera il suo estro, lo svincola dal torpore delle tonalità gentili e sommesse, abbracciando l’eclatante. Un campo di grano si veste improvvisamente d’esagerazione. E si tinge di meraviglia, smodatamente.

Il cambiamento verso il colore:

Ogni processo evolutivo richiede tempo, spesso abnegazione e pazienza. A Nuenen, e più in generale in Olanda, dove Van Gogh visse i primi tempi della sua carriera d’artista, il suo estro così straordinario ed eclettico, sbuffava con impazienza sotto le ceneri ancora calde del realismo. L’occhio era cruciale. Quello che veniva percepito attraverso la vista, in primo luogo, era d’interesse. L’artista era una sorta di cronista della realtà; osservava attentamente e poi creava, studiando prima con accuratezza il soggetto.

Il covone sulla sinistra risale al 1885. Vincent van Gogh, all’epoca, viveva a Nuenen, piccolo villaggio costellato di casette e capanne, quartier generale di contadini, sì, proprio quelli che mangiavano patate, e tessitori. Il giallo del grano appare svilito, mortificato da un effetto opaco. Non è brutto, intendiamoci, questo covone di grano. É autentico, e protagonista assoluto dell’opera; posto al centro della tela, lascia poco spazio alla fantasia. É segnato da una normalità che assopisce, circoscrivendo il colore a mero elemento descrittivo della realtà.

In Provenza, (foto sulla destra) il colore soverchia ogni certezza, stravolge tutti i piani. La prospettiva diventa l’ultimo dei pensieri. Le emozioni trainano l’estro dell’artista. Il giallo si fa protagonista indiscusso dell’opera. Sprigiona vivacità, lasciando emergere una sottile propensione al movimento.

Emana lucentezza abbacinante.

Il covone in sé scivola in secondo piano, diventa quasi superflua la sua presenza, è parte integrante di un paesaggio che nasce dentro l’artista, anche a discapito di ciò che l’occhio può percepire. Qui Van Gogh dipinge il sogno della Provenza, facendo colare il colore direttamente sulla tela. Una tela imbrattata di giallo, modellata fino ad abbagliare.

Una tela che non sarebbe piaciuta al cognato Mauve, né tanto meno ai puristi della tecnica. Ai critici, esasperati dal rigore, ancora meno.

Il coraggio di Van Gogh:

Ma Van Gogh ad un certo punto se ne infischia. Salpa con coraggio e entusiasmo verso la sua storia d’artista.

I colori tornano protagonisti.

Questo miracolo straordinario accade ancor prima di Arles. É indiscutibile che la Provenza abbia stimolato il processo creativo dell’artista anche grazie alla meraviglia del sole che stagliandosi sul cielo azzurro mare, regalava a Van Gogh sospiri cristallini d’aria pura e speranza, ma il miracolo, dicevo, accade a Parigi, nel 1887.

Appena un anno prima che Vincent decida di traferirsi in braccio alla natura. Lo farà, andrà verso Sud solo quando non riuscirà più a contenere tutta quella irrequietezza smisurata nell’applicare il colore.

Ma prima, a Parigi, al cospetto di intellettuali e artisti, dopo un primo anno passato a dipingere con il freno a mano tirato, quasi in sordina, timidamente persistendo nel raccontare la realtà che respirava, passeggiando per le vie di Montmartre, Vincent alimenta l’intensità del colore, cova e sprigiona l’evoluzione definitiva della sua arte.

Si prepara a accogliere imprevedibilità e verità.

Stavolta la sua, di verità, non quella filtrata dagli occhi, dal dogmatismo cromatico, dalla morigeratezza di stile. Vincent si accinge a diventare Vincent, nel bene e nel male.

Il pittore che non aveva bisogno di firmare con il cognome tutte quelle tele sporcate d’urgenza e passione, colpite da tocchi irregolari e crescenti, inquieti e stracolmi, finalmente, di colore. Non ne aveva bisogno in quanto era solo lui, l’unico Vincent, in grado di creare quadri tanto struggenti, primitivi, inconfondibili.

Lo sfondo del quadro, in particolare quello dei ritratti, a Parigi, nel 1887, diventa parte insostituibile del ritratto stesso e spiana la strada al sogno e al surreale. Per questo è difficile definire con esattezza il genere artistico di Vincent van Gogh, tanto da chiamarlo un po’ per disperazione e sfinimento, Vangoghismo.

Perché se è vero che l’artista abbia abbracciato in pieno la corrente pittorica del realismo, specialmente agli inizi della sua carriera e poi sul finire della stessa, nel biennio 1889-90, quando in preda a disperazione e nostalgia del Nord, realizzerà copie di artisti realisti come Jean Francois Millet, fra il 1887 e il 1888, le opere straordinarie che si materializzano dalla sua incessante smania di dipingere, sono indecifrabili.

Post-impressionismo, espressionismo, impressionismo. Inclassificabile. Impossibile cogliere, costringere dentro inutili nomenclature Il suo genio che invece dribbla ogni certezza, spiazza e confonde, elude ogni tentativo di classificazione.

Le sue opere diventano raffigurazioni magiche, emozionanti e sognanti. Le sue opere, specialmente in quel biennio incredibile, necessitano di essere toccate, respirate, annusate, non semplicemente guardate. Restano incastonate nella meraviglia del per sempre. Marchiate da una luce che improvvisamente irrompe con violenza inarrestabile e prepotenza. É la capacità innata dell’artista di scrutare l’animo umano al di là del semplicemente visibile, rendolo eterno.

In alto da sinistra verso destra:

Autoritratto con pipa, Parigi, primavera 1886, Van Gogh Museum, Amsterdam

Autoritratto, Parigi, primavera 1887, Art Institute of Chicago, Chicago

Ritratto di pere Tanguy, Parigi, autunno 1887, Museo Rodin, Parigi

Ritratto di pere Tanguy, Parigi, inverno 1886, Ny Carlsberg Glyptotek, Copenaghen

Ritratto di Patience Escalier, Arles, agosto 1888, Collezione Stavros, S. Niarchos

testa di giovane contadino con berretto – Nuenen, Marzo 1885 – Kansas city, Museum of Fine Art

Testa di contadino con berretto, Nuenen, dicembre 1884, Art Gallery of New South Wales, Sidney

Così anche dei contadini, suoi amatissimi modelli di sempre, il colore squarcia ogni tentativo di raccontarne solo le sofferenze del lavoro duro quanto estenuante, speso tutto il giorno a contatto con la terra.

Dal 1887 il Van Gogh scolastico, legato alla raffigurazione classicamente iconografica della vita dei campi, non esiste più. Evapora. Apre la strada alla gaiezza del colore protagonista anche nella drammaticità delle vita.

Le smorfie di fatica, la fame, la povertà si illuminano a colpi di giallo e di verde. Colpi di vita che raccontano invece emozioni, sacrifici, speranze, e ancora loro, i sogni, non tralasciando nello sguardo e nella angolatura rosa della bocca, persino un accenno di sorriso.

Il centro nuovo di Rodi

Ebbene sì, l’isola di Rodi, nel bel mezzo del Dodecaneso, oltre al centro medievale, patrimonio dell’Unesco, vanta anche il centro nuovo che per quanto possa essere meno caratteristico da un punto di vista storico e artistico-culturale, presenta a livello paesaggistico, molti punti a suo favore.

Infatti è proprio dal centro nuovo che ha inizio la strada che porta verso la costa occidentale dell’isola.

Si tratta di un lato di costa fortemente segnato dal vento. Costanti raffiche di meltemi rendono questa parte dell’isola molto selvaggia e affascinante.

Il lungomare del centro nuovo attraversa in parte questo lato di costa regalando degli scorci meravigliosi. Il mare, il più delle volte mosso, si dipinge di un blu cobalto dalle incredibili sfumature cangianti. La mutevolezza del colore dell’acqua, complici le onde e il vento, rendono l’ora del tramonto speciale.

Jpeg

É proprio durante la Golden hour che vale la pena camminare o andare in bicicletta lungo questo tratto di costa senza subire il caldo torrido che imperversa durante il giorno. Il panorama è unico, l’aria fresca sembra colorarsi d’arancione. E poi si può approfittare di uno dei tanti bar che si incontrano lungo la strada per rilassare muscoli e cuore davanti a un drink.

Contemplare il mare comodamente seduti su una panchina di questo piccolo molo turistico è poi un’altra tentazione che trovo sempre irresistibile.

Nel centro nuovo di Rodi si mangia bene. Certo è necessario spulciare con attenzione i vari siti di recensioni o magari chiedere a qualcuno di fiducia come il vostro albergatore, se ne aveste uno, di consigliarvi in base ai vostri gusti, per non imbattervi in uno dei tantissimi ristoranti turistici che con disarmante semplicità vi proporranno un menù capace di spaziare dalla pizza, agli spiedini di carne, fino alla frittura di pesce.

Per esperienza vi consiglio di evitare quei ristoranti-pizzeria dalle centinaia di tavoli disponibili. Conviene scegliere con cura la taverna tipica che abbia magari qualche tavolo anche all’aperto.

Gli alloggi da queste parti dell’isola sono tantissimi.

Hotel per tutte le tasche ma anche tante case in affitto. Evitate la zona intorno a Griva street se aveste il sonno leggero. Questa via è piena di locali, discoteche e pub che sono a appannaggio quasi esclusivo di turisti del nord Europa.

Per altre curiosità o domande specifiche sul centro nuovo di Rodi, per chiedermi informazioni su hotel o ristoranti, non esitate a contattarmi privatamente. Vi ricordo che è sempre disponibile anche la guida completa e definitiva sull’isola di Rodi con tanti altri consigli e dritte per la vostra vacanza nel mar Egeo.

Alla prossima 🙂

Frutteti in fiore a Arles

I fiori sbocciano prestissimo a Arles. La primavera brucia le tappe e impaziente si lascia ammirare in tutta la sua bellezza senza aspettare il 21 di Marzo.

Frutteto in fiore – Arles, aprile 1888. @ Van Gogh Museum, Amsterdam.

Van Gogh cammina naso all’insù ogni mattina. A bocca aperta ammira il miracolo della Natura, della sua Natura, tanto ricercata, attesa e agognata. Una Natura capace di sorprenderlo il colorista che non pensava ancora di essere quando con aria annoiata si aggirava per la steppa olandese immerso in quel grigiore tipico del Nord.

Frutteto in fiore con albicocchi – Arles, aprile 1888. @ Continental Art holding, Johannesburg.

Il suo personale Giappone era così vicino, a circa 15 ore di treno da Parigi. E mentre in Rue Lepic, a Montmartre, ordinava per posta e collezionava stampe giapponesi di ogni genere per placare la fame di arte orientale e cercare anche di venderle a un prezzo maggiorato, sentiva nelle ossa che il suo destino sarebbe stato quello di raggiungere fisicamente, con il supporto di ogni suo senso, il suo Giappone.

Pesco in fiore – Arles, marzo 1888. Kroller-Muller Museum, Otterlo.

A Arles Van Gogh soverchia ogni precedente certezza. Si abbandona all’estro più libero, ricerca l’esagerazione nella Natura, nei colori. Lo ammette lui stesso :

Picchio sulla tela a tocchi irregolari, che lascio come sono. Degli impasti, delle parti di tela non coperte di qui e di là, degli angoli che lascio assolutamente non finiti, dei rifacimenti, dei brutalismi: insomma il risultato, sono propenso a credere, è inquietante e irritante quanto basta per scontentare quanti hanno idee preconcette sulla tecnica.

9 Aprile 1888, lettera a Emile Bernard.

E a furia di picchiare sulla tela come fosse una specie di pittore scultore, i suoi incredibili alberi carichi di fiori prendono forma e colore con crescente convinzione e meraviglia.

Nel bel mezzo di quelle infinite distese verde, insieme ai fiori anche la sua migliore versione di artista sboccia improvvisamente. Van Gogh si appresta a ritrarre quei paesaggi con la stessa sensibilità e passione con la quale dipingeva i minatori del Borinage oppure i celeberrimi Mangiatori di patate.

Paesaggi come fossero persone. Sotto il sole torrido di Arles.

Frutteti in fiore con peschi – Arles, aprile 1888. @ collezione privata, New York.

E dipinge come un forsennato, senza tregua, consapevole che l’impeto non sarebbe durato per sempre e avrebbe prestato il fianco nuovamente ai vizi come l’assenzio oppure alla mancanza d’ispirazione.

Ho in corso 9 frutteti: uno bianco, uno rosa quasi rosso, uno bianco-azzurro, uno rosa-grigio, uno verde e rosa. Ieri ne ho buttato giù un ciliegio contro un cielo azzurro, i germogli delle foglie erano arancione e oro, i ciuffi di fiori bianchi, questo contro l’azzurro verde del cielo era proprio magnifico.

21 aprile 1888, lettera a Emile Bernard.

I fiori lo avvicinano all’eternità. Nel transitorio ripetersi del miracolo della natura che ciclicamente nasce per morire e rinascere ancora, Vincent van Gogh insegue l’attimo eterno che lo riappacifichi con quel perenne sentimento d’inquietudine e gli consenta di lenire solitudine e desolazione, cristallizzando su tela quel momento unico che non sarà mai più lo stesso.

Pero in fiore – Arles, aprile 1888. @ Van Gogh Museum, Amsterdam.

I frutteti che dipinge in brevissimo tempo a Arles non sono i primi soggetti che Van Gogh dipinge in serie. Era già capitato in passato, agli esordi della sua carriera di artista e ricapiterà dopo gli alberi da frutta, che il pittore si affezionasse a un tema e lo dipingesse strenuamente, con pazienza e dedizione, più e più volte.

Nel prossimo articolo vi porterò a Nuenen dove Van Gogh visse dal 1883 al 1885 e dipinse in serie le teste di contadini, preparandosi poi a realizzare il quadro straordinario dei Mangiatori di patate.

Dove dormire a Rodi – Grecia

Dal 19 aprile scorso la Grecia ha deciso di rimuovere l’obbligo di isolamento fiduciario per chi sbarca in Grecia dai paesi dell’UE.

In attesa che la situazione continui a migliorare e man mano che ci avviciniamo al periodo estivo, voglio darvi alcuni brevi suggerimenti relativi a dove pernottare a Rodi.

Prima di cominciare però vi dico che potete verificare sempre in tempo reale le limitazioni in vigore in Grecia QUI e poi sul sito di Viaggiare sicuri.

Rodi è un’isola molto grande e consente a tutti, ma davvero a tutti, di individuare la zona che più si attagli alle vostre esigenze e interessi.

  • Centro città:

bisogna distinguere fra centro nuovo e centro vecchio.

Entrambi sono abbastanza vicini, parliamo di massimo 15/20 minuti di passeggiata per andare da una parte all’altra.

Il centro vecchio, circondato da affascinanti e imponenti mura storiche, è patrimonio dell’Unesco dal 1988. Si tratta senza dubbio di una delle zone più vivaci ed esclusive dell’isola. In piena estate si riempie di decine di migliaia di turisti che ne affollano le stradine strette e caratteristiche. Dormire da queste parti ha molti vantaggi a patto che non abbiate il sonno troppo leggero. La notte infatti i locali all’aperto e al chiuso la fanno da padrone, soprattutto da metà giugno a metà settembre. In linea di massima gli hotel sono davvero tanti e per tutte le tasche, ma questa zona è piuttosto cara rispetto a altre parti dell’isola. Passeggiare per la bellissima “ton ippon” (la famosa via dei Cavalieri di Rodi) non ha prezzo!

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Tanti sono anche ristoranti e per tutti gusti, dai più sofisticati a quelli meno formali, e tantissimi bar dove fare aperitivo.

Negozi di tutti i tipi, qualche raro supermarket e decine di sportelli bancomat e farmacie. Insomma se decideste di alloggiare nel centro vecchio di Rodi, non vi mancherebbe proprio nulla. Fuori le mura potrete trovare anche diversi parcheggi, gratuiti e non, dove lasciare l’auto nel caso optaste per noleggiarne una.

Il centro nuovo è decisamente meno caratteristico e più turistico. Alcuni hotel vengono destinati esclusivamente alle popolazioni provenienti dal nord Europa, Svezia, Norvegia e Danimarca soprattutto. Anche tanti inglesi decidono di fare base da queste parti. I ristoranti, salvo alcune rare eccezioni, sono perlopiù turistici e a buon mercato il che ovviamente si ripercuote sulla qualità del cibo, ma non mancano alcuni posti dove potrete mangiare meglio e ve ne parlerò nel prossimo articolo. La vita notturna di questa zona si concentra tutta o quasi in un’unica via ed è decisamente a appannaggio di giovanissimi.

Molto suggestivo tuttavia il lungomare. Si estende da una parte all’altra della costa e regala, specialmente all’ora del tramonto, dei colori stupendi. Ideale anche per fare sport, bicicletta o corsa. Gli hotel sono tanti come vi dicevo e per tutte le tasche. Ho alloggiato diverse volte in questa parte dell’isola e mi sono sempre trovato molto bene per i parcheggi gratuiti, gli aperitivi in zona lungomare e le passeggiate verso il centro vecchio per cenare.

  • Faliraki:

A circa 20 km dal centro. La zona più turistica di Rodi. Un inferno qualora detestaste caos e confusione, un paradiso se amaste il mare a due passi sempre affollato di giovani e non, bar e discoteche piene fino all’alba e cibo mordi e fuggi a ogni angolo delle strade.

  • Afandou:

Ottimo compromesso tra mare bellissimo e serate tranquille. Non molto da fare la sera eccetto che trovare una taverna molto semplice dove poter assaggiare del cibo locale e magari lasciarsi allietare dal Sirtaki in sottofondo.

La spiaggia è veramente molto bella e attrezzata. Sassolini e sabbia, non molto affollata, mare cristallino. Siete a metà strada tra il centro di Rodi e Lindos. Super consigliato quindi a chi ama la tranquillità.

  • Lindos:

Villaggio molto caratteristico situato a circa 50 km da Rodi città. Una capatina da queste parti non potrete esimervi dal farla fosse anche per una sola e fugace visita, durante la vostra vacanza a Rodi. Imperdibile il percorso fino all’acropoli da dove poter ammirare un panorama meraviglioso segnato dal mare e dalle rovine risalenti al 300 a.C. . Da lassù i vostri occhi si allagheranno di blu senza che abbiate il tempo di accorgervene. La zona è sostanzialmente più cara e chic di Rodi città. Gli hotel non sono tantissimi, meglio optare per un affittacamere. vita notturna abbastanza vivace, senza grandi eccessi, e adulta. ideale per famiglie, coppie.

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  • Stegna:

A circa 70 km dal centro di Rodi. Zona contrassegnata da calma e tranquillità assoluta. Villaggio di pescatori. Mare molto bello e piacevole spiaggia attrezzata con ombrelloni e pedalò. Taverne tipiche e qualche bar per un aperitivo. Una zona ideale per famiglie con bimbi.

Per qualsiasi informazione e consiglio su dover poter alloggiare a Rodi quest’estate non esitate a scrivermi sui canali social di Facebook e Instagram.

Per ogni altra curiosità vi ricordo che è online e disponibile in e-book la guida completa di Rodi sia su Amazon che su Greenflea.

Alla prossima 😉

Scrivere un romanzo ai tempi della pandemia

A ottobre del 2020 quando tutto è iniziato, non pensavo potesse diventare un progetto così tanto importante. Eppure l’arte e i viaggi da sempre hanno rappresentato le mie due più grandi passioni.

Parlare di Van Gogh e aprire un canale Instagram tutto mio dove poter gestire contenuti e condividere opere d’arte e aneddoti sulla sua vita, era un piccolo grande sogno nel cassetto.

Così il format lo creai in pochissimi minuti. Un solo post al giorno, una sola opera d’arte al giorno.

Van Gogh Daily era pronto a perdersi nell’incredibile marasma delle centinaia di profili dedicati al pittore olandese e all’arte più in generale.

Pensavo quindi potesse essere solo un hobby, uno dei modi per affrontare il lockdown e tenermi occupato. Invece con il passare dei giorni, delle settimane, il mio entusiasmo cresceva esponenzialmente così come aumentava l’interesse di followers sempre più numerosi e interessati ai contenuti giornalieri proposti. Una community di appassionati che supera adesso le 1800 unità e continua a crescere!

Una vera soddisfazione che mi ha spinto in breve tempo a creare rubriche su rubriche, approfondimenti e video-lettura dedicati alle tantissime lettere che Van Gogh ci ha lasciato come intramontabile testimonianza della sua grandezza di uomo e di artista.

A dicembre dello scorso anno, poco più di due mesi dopo la creazione del canale Instagram, ho deciso che la mia passione per la vita e le opere del pittore dei soli giganti affacciati su campi di grano infiniti, dovesse evolversi anche in altro modo.

Veduta di Arles con iris in primo piano, Arles – maggio 1888, @ Van Gogh Museum, Amsterdam

Scrivere un libro è sempre stato un mio grande desiderio e obiettivo. Tante volte avevo iniziato una storia che poi però puntualmente abbandonavo alle prime incombenze lavorative. Le distrazioni e gli impegni inderogabili della vita precedente al covid, non lasciavano molto spazio alla mia creatività di estrinsecarsi come avrei voluto. Così ogni progetto nuovo finiva per spegnersi dopo poche settimane o, peggio ancora rimanere abbandonato nel cassetto del domani ricomincio a scrivere; un cassetto che poi non riuscivo mai a riaprire.

E invece da dicembre, dicevo, ho iniziato a scrivere un romanzo. E sono andato avanti tutti giorni. Altro che blocco dello scrittore! Ho scritto soprattutto la mattina, tre, quattro ore, tutte le mattine. Poi un paio di ore nei pomeriggi lunghi dell’inverno e dell’inizio di primavera macchiato ancora da coprifuoco e divieti vari.

Ho messo in pausa tutto il resto o quasi della mia vita. Ho dedicato ore a questa passione. Il desiderio di scrivere di Van Gogh, servendomi delle immagini delle sue opere e delle testimonianze delle lettere, ma allo stesso tempo liberando la mia storia, era finalmente a portata di mano, anzi di penna.

Così ho scritto una storia che racconta come alle volte la vita possa costringerci in un angolo, rimpicciolire il nostro potenziale e schiacciare ogni entusiasmo con il peso asfissiante delle aspettative mancate, delle etichette affibbiateci dagli altri o peggio ancora da noi stessi, dei ricatti degli affetti più cari. Limiti, nient’altro che limiti che spesso ci autoimponiamo.

E sulla scia della vita di Van Gogh a Arles, in Provenza, sotto quel sole abbacinante di prima che l’artista dipinge come fosse una sfera gigante ai limiti del surreale la mia storia prende forma e colori, sostanza e polvere di sogni.

Fattoria in Provenza, Arles Giugno 1888. @ National Gallery of Art – Washington.

Situazioni realmente accadute si alternano a elementi di fantasia. I protagonisti e Van Gogh stesso che narra le vicende in prima persona, si barcamenano nell’affannosa ricerca della verità. Ciascuno di loro insegue la propria unica e personale verità.

I loro sforzi saranno sufficienti per finalmente scovarla questa verità? Chi soccombe e chi si evolve alla vita?

Il segreto forse è tutto lì e si cela nella semplicità di un filo d’erba, a Arles, in Provenza, a fine XIX secolo.

Oltre al romanzo che a questo punto è in rampa di lancio, i progetti dedicati a Van Gogh non finiscono qui e presto potrebbero nascerne di nuovi dedicati anche ai viaggi nei luoghi di Vincent.

Intanto se aveste voglia di restare aggiornati sulla pubblicazione e seguire tutti i giorni i miei post dedicati a Van Gogh, potete continuare a seguirmi su Instagram sul canale @VanGogh_daily.

Prometto che vi terrò aggiornati anche qui sul blog!

Ciao a tutti 😉

Una serata qualsiasi ai tempi della pandemia

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Questa ve la devo proprio raccontare, quasi non sto nella pelle. Sono Luca, ho 8 anni e sono di Roma. L’altra sera, forse quattro, forse sei giorni fa, nel mio comprensorio nel quartiere della Garbatella, è successa una cosa incredibile. Insomma come saprete voi grandi sicuramente meglio di me, o almeno spero, qui a Roma, ma di certo so anche a Sperlonga dove ho una casa ma non ci possiamo più andare da mesi ormai, c’è il virus e non si può più uscire, ma proprio neanche per fare due tiri ad un pallone, insomma la faccenda è seria.  Dicevo, erano sere che verso l’ora di cena, mi ritrovavo completamente solo a girare per casa. Mamma e Papà in cucina a guardare il telegiornale con aria preoccupata e a preparare qualcosa per la cena. Sembrava che le 18 sul balcone fossero passate già da dieci ore invece a malapena ne erano passate due. Si, bello affacciarsi tutti insieme alle stessa ora, ma poi bello forse le prime volte. I grandi sembrano più divertiti di noi bambini. Chi suona il flauto, chi la chitarra. Chi urla ma pensa stia cantando, chi canta ma, invece di certo, sta urlando. E poi ci siamo noi. Li guardiamo un po’ dubbiosi, un po’ divertiti. Stanno giocando forse! qui tutto il mondo sembra alla rovescia in questi giorni! Non ci stiamo capendo molto di tutta questa pandemia, almeno io proprio non capisco, più osservo, più sono confuso. Devo dire che ora, dopo due settimane fisse di inno d’Italia alla finestra, che poi ci fosse almeno la partita di calcio subito dopo, un po’ mi sono stancato e anche i miei cari amichetti del palazzo qui di fronte si sono stancati. Cosi quella sera dicevo, proprio quando nessuno dentro casa si domandava cosa facessi, decido di prendere il pallone della Roma, quello che mi ha regalato Papà per il compleanno, con tutte le firme dei giocatori, e di uscire fuori al balcone da solo. Chiamo Carlo, il mio migliore amico. Strillo il suo nome così forte che quello non mi sente mai. Sta sempre davanti alla play station e col volume al massimo. Ogni volta devo insistere dieci ore prima di farmi accompagnare a tirare calci in cortile, quando lo si poteva fare, certo. Stavolta stranamente esce subito.

‘’Bussa a Sara e falla uscire! ’’ Carlo e Sara sono vicini di casa, di solito Carlo la chiama per giocare dando 3 colpi di pugno sulla parete, i due hanno le camerette vicine, che fortunati! Sara è la mia innamorata ma ancora devo dirglielo. E’ una bambina di 7 anni e ha tanti capelli neri e ricci. Due fossette quando ride a crepapelle che mi fanno subito scoppiare a ridere anche a me, mi frega sempre. Dopo qualche minuto arriva anche lei. – ‘’Pare proprio che la cosa è seria, di solito non ci avrebbero fatto uscire sul balcone a quest’ora’’ dice Carlo e aggiunge ‘’o ripassare i compiti o apparecchiare la tavola’’, – ‘’se ci dice bene’’ completa Sara. ‘’Ho sentito dire che sta per parlare Conte’’ spiego ai miei amichetti e intanto chiamo Federico e Mirko, altri due nostri compagni che vivono di sopra al quarto piano. Non so bene chi sia questo Conte ma ho capito che quando lo vedo apparire in televisione posso pure andare a prendere le caramelle alla fragola zuccherosa senza che nessuno mi dica niente sull’appetito che passa. ‘’Si, si, sono tutti lì davanti alla televisione. Deve essere che forse ci liberano presto’’ dice Sara, – ‘’Macché liberano, qui da me sono tutti silenziosi e preoccupati’’ ribatte Federico e completa ‘’mia Mamma ride invece, sapete? Ogni volta che sente la parola pandemia, scoppia a ridere; ma è una risata strana che termina con una specie di ghigno. Penso sia impazzita perché poi dopo cinque minuti la ritrovo persa in un pianto che termina invece con una specie di sorriso quando mi guarda’’.

Di lì a pochi minuti, praticamente con tutti i bambini del mio palazzo e di quello di fronte, ci ritroviamo fuori in balcone per chi ce l’ha, oppure affacciati alle finestre. Si inizia a parlare liberamente come difficilmente si riesce a fare alle 18. Non c’è musica a coprire i pensieri, canti o urla a impedirci di chiacchierare! E’ come se fossimo di nuovo insieme in cortile a giocare. In questi giorni al cortile ci penso spesso. Lo fisso ogni volta che posso; lo faccio dalla finestra del bagno che da lì si vede bene e per intero, poi nessuno mi disturba. Specialmente se dico che devo fare la cacca mi lasciano in pace anche dieci minuti buoni anche se non chiudo a chiave, ancora non posso farlo. E così, da quando entro in bagno a quando tiro lo sciacquone, ho tempo per guardarlo. Di solito lo immagino in un pomeriggio normale. Eppure, in passato, questo cortile ogni tanto lo abbiamo vestito a festa, con coriandoli e maschere a Carnevale fino a strafogarci di frappe come se non ci fosse un domani, oppure lo abbiamo riempito di palloncini colorati, pizzette e panini al compleanno di Sara, per esempio. Di questi tempi invece lo immagino che si riempie di pomeriggio, dopo le quattro e mezza, pian piano. Come in un qualsiasi giorno della settimana, che mi manca tanto. E allora ci sono io che di solito apro la pista agli altri e scendo con il mio pallone, mi metto a palleggiare sulla porta-garage di casa e incontro il signor Guglielmo, il portiere del palazzo. Ogni tanto mi manca anche lui che mi strilla per il troppo rumore o mi chiede di passargli la palla, dipende dall’umore! Poi di solito, scendono anche Federico e Mirko, i gemelli e Sara che porta ogni pomeriggio una barbie diversa, e poi tutti gli altri, chi più chi meno, chi ancora si attarda coi i compiti, chi offre una fetta di torta fatta dalla nonna. Dalle finestre poi, come inizia il buio, si levano altissimi gli schiamazzi delle mamme o dei papà. La cena, i compiti, il freddo, i motivi più frequenti per farci rientrare. E torna il silenzio nel cortile ma l’odore dei giochi si percepisce fino al giorno dopo. Quando guardo il cortile in questo periodo invece, il silenzio mi pare diverso. E’ più silenzioso ancora. Tanto silenzioso che riesco meglio a sentire il suono dei grilli adesso che inizia a far caldo oppure il miagolare dei gatti. E mi viene un po’ di nostalgia, delle volte mi passa persino anche la fame. Ma quella sera sembra come se tutti di nuovo fossimo in cortile. Ognuno di noi ha portato con sé un gioco, si ride e si scherza. Carlo è uscito fuori in pigiama e lo prendiamo in giro perché è un pigiama buffissimo, quello dei puffi ma tutto azzurro che sembra anche lui un puffo! stringe fra le mani una palla da baseball nuova di zecca che gli era stata regalata dalla zia di ritorno da San Francisco poco prima che ci chiudessimo tutti in casa e quindi non l’aveva ancora mai portata in cortile. Poi Mirko e Federico stanno facendo vedere a tutti il puzzle che avevano incollato qualche ora prima su di una tavoletta di sughero. Si vede Harry Potter al centro con in mano la bacchetta magica che riflette una luce blu fortissima e poi tutti gli altri personaggi. Sara ha portato la sua bambola di pezza preferita, con vestito rosa e due cespugli ai lati della testa di un colore giallo quasi arancione che mi fa sempre troppo ridere perché io i capelli arancioni ancora non li ho mai visti per davvero. Eravamo tanti quella sera e spensierati dopo tanto tempo. Insomma, felici. Poi, tra una risata ed un’altra, ad un certo punto, la bambolina di Sara cade di sotto. Le sfugge di mano e fa un volo incredibile dal terzo piano. Tutti siamo scoppiati a ridere, alcuni, indicando Sara, iniziano a ridere ancora più forte. ‘’Adesso si prende il virus’’ dice qualcuno continuando a sogghignare, – ‘’Se scendi a prenderla non puoi più salire che ci infetti tutti’’ aggiunge Carlo. Sara era diventata improvvisamente il nostro gioco più divertente in quegli interminabili istanti. Poi ad un certo punto, lei sparisce per un attimo dalla finestra e tutti noi iniziamo ad applaudire, fischiare e chiamarla fuori di nuovo. Qualche adulto, alcuni genitori, si affacciano ai loro balconi e alle loro finestre. Sara riappare dopo pochi secondi e si arrampica sul davanzale. Era andata a prendere una sedia per salire più rapidamente. Sento le vertigini salirmi sulla pelle e un brivido di freddo davvero stranissimo, come un tuono quando piove forte, piombare sul cortile. I nostri starnazzi divertiti e, inarrestabili, fino a pochi secondi prima, si erano spenti come per magia.

Sara piange forte e singhiozza. Io resto immobilizzato. Tutti intorno siamo scioccati e impauriti. Per giunta mi sentivo tremendamente in colpa, avevo iniziato io ad uscire sul balcone quella sera ed ora Sara si voleva buttare di sotto; quella bambola le faceva tanta compagnia, specialmente nei lunghi pomeriggi che sembravano non passare mai mentre sentiva i suoi genitori litigare in continuazione   – ‘’Sono stanca, non ce la faccio più, rivoglio la mia vita’’ disperata urla, – ‘’perché non posso andare a danza? Perché non posso andare a scuola? È il castigo più lungo che io abbia mai visto, questo, non voglio più vivere così ‘’ E piange ancora. Il freddo adesso è diventato caldo, caldissimo. Tutte le luci dei palazzi a fianco si accendono e molti adulti escono fuori a guardare; altri la pregano di rientrare dentro, qualche signora più anziana piange che si sente più forte di Sara. ‘’Bastaaaaaa’’ strillo con tutta la forza che ho. Tutti si fermano all’improvviso e smettono di fare quello che stavano facendo. Perfino Sara, persa nel suo pianto, passa dai lamenti al tirar su con il naso. Senza dire altro, lancio di sotto il mio pallone tanto amato, quello con le firme dei giocatori, si proprio quello. E lo sento rimbalzare a terra più volte prima di fermarsi del tutto, poi riprendo a parlare: ‘’ogni sera prima di addormentarmi, coperto fino agli occhi dal lenzuolo fresco, lo guardo e sogno di poterlo portare in cortile di nuovo. A volte piango anche io come Sara. Fate come me, lanciate i giocattoli di sotto, li andremo a prendere presto e torneremo a giocare insieme di nuovo’’. Eh non mi piace ammetterlo ma mentre dico queste sdolcinatezze anche io piangevo un pochino per davvero. Dopo qualche istante fu una cascata di pupazzi, palloni, bambole e quant’altro a colorare di nuovo il cortile, per la gioia del portiere Guglielmo immagino, poveretto! Come un arcobaleno fatto di giochi! tutti i miei amici iniziano a fare come me e soprattutto come Sara, che adesso è diventata l’eroina di una serata qualsiasi durante la pandemia e sorride fra le braccia della mamma, tanto che riesco di nuovo a vederle le fossette intorno alla bocca e non piange più ma guarda di sotto come tutti noi. Per un attimo è stato come se in cortile fosse tornato il rumore dei giorni normali a dettare i tempi delle nostre risate.

Mandai un bacio a Sara dal mio balcone alla sua finestra, con la mano e rientrai. Sapevo che sarebbe stato un arrivederci a presto a tutti i nostri giochi che intanto, almeno loro per noi, avrebbero iniziato a riprendere la vita di sempre.

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